I mottetti nobili e belli consigliati da Tosi avevano allora un avversario illustre: il cardinale Prospero Lambertini (1685–1758), arcivescovo di Bologna fino al 1740 e poi papa col nome di Benedetto XIV, energico autore di alcuni documenti più o meno specifici fra cui addirittura un’enciclica. Nella “notificazione” emanata il 18 febbraio del 1740, l’arcivescovo si rivolge alla sua diocesi, si appella ai concili di Trento e di Colonia nonché a una vecchia lettera circolare di papa Clemente XI emanata nel 1703, dispone che i canonici contribuiscano al canto gregoriano e alla recitazione delle ore canoniche unitamente ai mansionari, ai cappellani e ai componenti del coro, chiede che il canto dei salmi avvenga “con devozione di cuore, e proporzione di voce, senza precipitazione, o troncamento di parole”, sempre perché il popolo capisca le parole che si cantano.
Il 27 luglio del 1746 il papa pubblica degli Ordini sopra il rispetto delle chiese della città di Bologna: la chiesa non sembri un teatro o una sala da ballo; non vi si chiacchieri né vi si faccia pompa di lusso; le esecuzioni musicali non siano più così irriverenti, lunghe e spettacolari; si smetta, una buona volta, di inserire “fra le parole della sacra liturgia certe dicerie che si chiamano mottetti, che sono per lo più malamente composti, e che, quand’anche fossero ben composti, non hanno a che fare con la messa, o col vespro”, a causa di un “male molto dilatato e non particolare della città di Bologna”; le chiese dei conventi di monache ignorino la musica e le altre chiese la ospitino nelle cantorie laterali, non sopra la porta d’entrata in modo che i fedeli siano costretti a voltare le spalle all’altare.
Il 19 febbraio del 1749, ecco poi l’enciclica Annus qui, un messaggio ovviamente più ampio ma dal significato meno radicale: in chiesa si oda prima di tutto l’antichissimo canto “fermo” gregoriano (monodico, a valori larghi e pressoché uguali, senza strumenti), e poi anche il moderno “figurato” (a figure, durate, scansioni ritmiche varie e vivaci) che sappia evitare accenti profani e teatrali, in modo da non sorprendere i forestieri provenienti da paesi che hanno escluso gli strumenti dal rito; si eseguano pure il Gloria, il Simbolo, l’Introito, il Graduale, l’Offertorio e altro, nelle messe e nei vespri, secondo i modi del canto teatrale; fra gli strumenti, si accettino quelli che servono a rinforzare le voci oranti, e cioè, oltre all’organo, i violini, le viole, i violoncelli, i violoni (ovvero i contrabbassi) e i fagotti (con esclusione di timpani, corni da caccia, trombe, oboe, flauti, flautini, salteri moderni, mandolini e simili); le “sinfonie”, cioè i passi puramente strumentali, siano almeno gravi di espressione, non troppo lunghi né numerosi.