A contrariarsi, di fronte all’intransigenza dei primi due documenti e al pur raggiunto equilibrio dell’ultimo, saranno state le tante cappelle romane, italiane, europee da sempre avvezze alla polifonia, allo strumentalismo, a una concezione della musica più artistica che religiosa; non certo i Filarmonici di Bologna, che chiesero al papa loro concittadino di poter beneficiare di alcuni dei privilegi concessi all’Accademia di S. Cecilia da Clemente XI.
Benedetto XIV accettò, e nell’immediato breve Dimissas preces del 22 febbraio 1749 dispose che la Filarmonica potesse controllare e addirittura abilitare tutti i compositori di musica sacra attivi nel loro territorio, al fine di evitare eccessi, errori, equivoci stilistici (ma nel ’78 Pio VI avrebbe abrogato il privilegio, in seguito a una relazione decisiva di padre Martini).
Per cui dal 1773 si fissarono leggi più severe per l’aggregazione accademica alla classe dei compositori e l’attività degli stessi nelle tante chiese cittadine: circa il “vero stile ecclesiastico” e “come praticasi nel conferire il posto di maestro di cappella delle principali cattedrali, basiliche, e più riguardevoli chiese d’Europa”, gli interessati dovranno dimostrare di saper comporre su canto fermo, cioè elaborare delle polifonie sul fondamento della monodia gregoriana; e saranno detti numerari i maestri in regolare attività da tempo, soprannumerari quelli da designarsi in futuro che però potranno far musica solo in S. Giovani in Monte per la festa di S. Antonio da Padova protettore dell’Accademia, onorari quelli diventati tali “per nascita, e nobiltà”, “alla forestiera” quelli destinati a cappelle esterne alla diocesi di Bologna e in Bologna accettati solo per la solita festa del santo protettore. A confermare il tutto fu il protettore dell’Accademia cardinale arcivescovo Vincenzo Malvezzi: col che la Chiesa di Bologna avallava usanze musicali europee e continuava a elargire all’Italia e all’Europa sempre più degni maestri di cappella.