L’intero secolo XVIII della città, sede dell’antica Università già in crisi pronunciata nel corso dell’età barocca, appartiene invece al novero delle grandi stagioni della storia locale. Come si riconosce ormai universalmente, le più marcate età della civiltà italiana si attestarono tra il X ed il XIV secolo. E sarebbe sufficiente osservare la splendida torre degli Asinelli e analizzare modi e luoghi della fondazione dello Studio universitario, ormai nato in quel 1288 e ancor più nella trasmissione dall’antica Ravenna imperiale di quello strumento didattico e scientifico di legge e di poesia, per conferire a Bologna, e cioè alla città che domina i traffici della media vallata padana un potere che allora fu degno del suo profilo assolutamente, precocemente europeo. E che tuttavia di seguito ha dovuto riguadagnare iniziativa e presenza entro lo spazio talora inerte della cultura felsinea incorsa, come altre volte, in un’accentuata decadenza.
Per la verità, anche il Seicento più gravoso ha attraversato spazi artistici e letterari nonché storiografici, dimensioni storiche ancor oggi famose, dall’ambasciatore Malvezzi allo scrittore Carlo Cesare Malvasia. Il Settecento non si apre peraltro con significati particolari nei suoi primi anni, che non siano quelli espressi dalla duplice bellezza dell’espressione naturalistica di Giuseppe M. Crespi e dall’inedito, diafano ed elegantissimo neoclassicismo di Donato Creti. Tra questi due mondi, ancora una volta contrapposti nell’escursione vastissima del mondo artistico bolognese, nasce pieno di altre rivelazioni possibili il “secolo dei lumi “.
Il vettore più alto e ammirevole del progresso culturale e civile bolognese sarà quello degli uomini di iniziativa e di legge, nonché delle istituzioni alle quali essi porranno mano nell’orizzonte di un paesaggio europeo, capace altresì di frequenti relazioni con esso. Naturalmente qui si provvederà a ricordarne soltanto alcune, tuttavia tali da influire strutturalmente sul secolo e sulla sua società. A vantaggio della nostra dimensione dell’arte pittorica, che si sta tuttavia enormemente dilatando all’Europa grazie all’arte della scenografia e della scenotecnica prospettica, come infine all’architettura d’ogni natura e finalità, già agli inizi del secolo, anno 1706, si provvede alla moderna codificazione delle strutture delle principali imprese istituzionali dell’ordito cittadino: a cominciare cioè dalla fondazione dell’Accademia Clementina. È la formula più moderna per l’organizzazione di un organismo corporativo, ricco di finalità promozionali, nel quadro tuttavia di un certo protezionismo oramai necessario a garantire tenuta e continuità dell’arte intesa come struttura centrale della gloria di Felsina artistica e architettonica, ma insieme dell’economia di Bologna. L’Accademia Clementina già nel 1711 entrerà nell’ampia veduta culturale e di iniziativa che conduce alla creazione dell’Accademia delle Scienze.
Questa Accademia, con sede nel cinquecentesco Palazzo Poggi di via San Donato (oggi Zamboni), eleggerà quale suo braccio artistico e di valore creativo la stessa Accademia Clementina da pochi anni creata. L’Accademia, più tardi Istituto delle Scienze, una tra le prime formazioni sperimentali create in Bologna a promozione e a sostegno della crisi della ricerca universitaria, entrò così tra gli interessi attivi di un grande scienziato, Luigi Ferdinando Marsili. Appartenente al rango militare, questi aveva militato tra le fila degli alleati alla difesa di Vienna, entrando così in possesso d’una eccezionale conoscenza dei Balcani e dell’Adriatico. Ocanografo di studio, il Marsili aveva abitazione e laboratorio a Cassis, Costa Azzurra, ma a Bologna egli dedicava progressivamente un’attenzione multiscientifica tale da finanziare e condurre a realtà la fondazione dell’Accademia di Palazzo Poggi, dove trovava luogo anche l’Accademia Clementina con i suoi servizi pubblici, come la Scuola del nudo. Quest’ultima garantiva lo studio del canone classico e centrale della figurazione plastica quanto pittorica.
L’Accademia delle Scienze evolveva al ruolo di una tra le prime istituzioni europee della ricerca e della sperimentazione, raccogliendo inoltre i patrimoni altissimi delle Wunderkammern bolognesi, come era stata quella di Ferdinando Cospi: e patrocinando nuove e fondamentali scuole — laboratorio, quale furono quella delle cere plastiche dell’anatomia umana, e l’altra dell’ostetricia indirizzata alla conoscenza dell’apparato femminile di riproduzione. Nell’Accademia trovò infine ospitalità e documentazione l’insostituibile collezione naturalistica raccolta nel Cinquecento da Ulisse Aldrovandi. Per non parlare della straordinaria documentazione scientifica raccolta e conosciuta dallo stesso Luigi Ferdinando Marsili.
Una pur sommaria visione di Bologna nel secolo dei Lumi non sarebbe compiuta se non si ricordasse la personalità e la sapienza di Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna e dal 1740 in poi Pontefice della Chiesa romana con il nome di Benedetto XIV. La sua preparazione di valore giuridico si sposava ad una garbatissima, intensa conoscenza del mondo artistico, cui il Lambertini diede moderna interpretazione con la fondazione della Pinacoteca Capitolina – prima quadreria pubblica del popolo romano (1749) e tra le prime in Europa, con Firenze e Dresda – nonché con il dono delle sue collezioni di stampe, oggi nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, nonché con il conferimento all’Accademia Clementina di materiali didattici: tra i quali massimo prestigio vennero ad assumere i calchi da archetipi famosi di arte greca e romana donati in dote all’Accademia Clementina per lo studio, più compiuto dell’età neoclassica condotto sui valori dell’antico e dei suoi caratteri.
Il Lambertini fu anche estensore, unitamente al suo camerlengo Valenti Gonzaga, di una prima e sintomaticamente moderna normativa per la istituzione di quadrerie e musei moderni, derivati da edifici sacri in crisi strutturale oppure colpiti da incendio o da pericolo di crollo. Dalle norme raccomandate dal Pontefice trassero origine forme e finalità alcuni tra i primi luoghi di conservazione e di tutela, come la stessa Pinacoteca Nazionale di Bologna. Quest’ultima, ampiamente diradata dalla napoleonica commissione presieduta dal matematico Gaspard Monge, vide le schiere dei Carracci e dei Reni esposte prima nella Grande Galerie del Museo del Louvre, a Parigi, tra il 1797 ed il 1815. Infine, il loro ritorno fu ragione della precoce formazione e celebrità della Pinacoteca ammirata da Stendhal e da H. de Balzac.