Molta Vienna, forse troppa Vienna: in quegli anni, tuttavia, secondo Mancini le scuole italiane erano in decadenza, né faceva eccezione la gloria bolognese; e del resto alle porte della civiltà e della cultura bussavano ormai la Rivoluzione Francese e il Romanticismo (fenomeni entrambi ostili o poco sensibili verso l’arte e la musica sacra).
Quella gloria, tuttavia, aveva fruttificato bene: nel 1723 il soprano e sacerdote Pier Francesco Tosi (1654–1732), cesenate studente a Bologna (col padre Giuseppe Felice), cantante in diverse parti d’Europa, insegnante fra l’altro a Dresda e Londra, proprio a Bologna aveva pubblicato le Opinioni de’ cantori antichi e moderni o sieno Osservazioni sopra il canto figurato, trattato che era la sublimazione del belcanto italiano, che doveva rimanere il più sicuro e circostanziato documento di uno stile e di un’epoca, che fissava per sempre le caratteristiche di una scuola tanto attenta alla tecnica quanto all’espressione, alla musica in genere quanto alle differenze stilistiche fra il canto profano e quello sacro.