Bologna città musicale. La storia comincia da lontano, da quando il giovane Mozart qui arrivò nel 1770 per diplomarsi presso l’Accademia Filarmonica, la più antica istituzione musicale cittadina, fondata nel 1666 nell’attuale sede di via Guerrazzi 13. E da lì la storia prosegue fino ai giorni nostri, con il riconoscimento da parte dell’Unesco di “Città creativa della musica”.
Musici, cantatrici, virtuosi e virtuose, cantanti impegnati nei teatri operistici di tutt’Italia e tutt’Europa, dalle grandi città e dalle sperdute località di nascita fino a Vienna e Londra, in Germania e negli altri paesi dell’Europa centrale: erano quasi sempre italiani, e bolognesi in buona proporzione. Ma allora, nel Sei e nel Settecento, questi artisti di canto d’origine bolognese potevano anche essere dei sacerdoti, e oltre che sui palcoscenici spesso lavoravano nelle cappelle aristocratiche, principesche, regie nonché imperiali (imperiale era solo quella di Vienna, prima di quella di S. Pietroburgo e della Parigi napoleonica), se non per altro perché avevano studiato nelle chiese cittadine con maestri di cappella e organisti.
Dal 1666, l’anno della fondazione, al 1800, un corposo sessantasette per cento degli aggregati all’Accademia Filarmonica fu d’origine bolognese, mentre gli aggregati del restante trentatré per cento provenivano da una settantina di città italiane e un’abbondante decina di paesi stranieri come l’Austria, il Belgio, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Francia, la Germania, il Portogallo, la Russia, la Spagna, la Svezia e la Svizzera (non l’Inghilterra, dunque, e al fenomeno non sarà mancata una sua ragione).
Nella seconda metà del secolo, a Bologna visse oltre vent’anni e morì Carlo Broschi detto Farinelli (1705–1782), pugliese educato a Napoli, soprano maschile applaudito sulle principali piazze d’Europa e specialmente a Londra e Madrid, un mito fra i più saldi luminosi del belcanto classico. Accademico filarmonico nel 1730, amico di padre Martini, sempre benvoluto dai bolognesi per la mitezza del carattere oltre che ammirato per la grandezza dell’arte e la qualità della cultura, durante la lunga carriera il Farinelli cantò quasi esclusivamente musiche teatrali. Al di là del repertorio, nella sua biblioteca bolognese comparivano numerosissime partiture operistiche, i quindi preziosissimi volumi manoscritti delle sonate di Scarlatti, quindi alcuni oratori, gli Stabat Mater di Domenico Scarlatti e Giambattista Pergolesi (con quello di tal Marchese di Ligneville), un Salve Regina e altra musica chiesastica ancora di Scarlatti.
Il sapiente anacoreta secondo il principe e musicografo russo Aleksandr Beloselsky, il padre di tutti i maestri secondo il compositore tedesco Carl Ditters von Dittersdorf, addirittura il “Dio della musica” secondo i suoi numerosissimi, eterogenei e invero un po’ baroccheggianti allievi: tre definizioni che danno una giusta idea della considerazione, della venerazione goduta all’epoca sua dal francescano padre Giambattista Martini (Bologna, 1706–1784), maestro di cappella in S. Francesco, accademico e definitore perpetuo dell’Accademia Filarmonica (fino all’81), accademico dell’Arcadia di Roma, perfettamente informato delle vicende musicali europee e collegato con le principali corti del continente, bibliofilo in possesso di tesori unici e invidiabili secondo un dotto corrispondente come Girolamo Chiti, musicista in tutti i sensi e a tutti gli effetti ma in particolare insegnante provetto, universalmente ricercato e assai umilmente compensato da lontano con preziose spedizioni di libri per lui irraggiungibili e da vicino con più spicce forniture di tabacco e cioccolata. Secondo l’elenco di Brofsky, accurato ma certo inferiore a una realtà ormai remota e sfuggente, sono oltre cento gli allievi saggiati e preparati in quasi mezzo secolo di attività didattica, sessantanove quelli coltivati per qualche tempo e trentacinque quelli tramandati come tali anche se a volte un po’ nebulosamente: come stranieri, si contano quattordici nomi fra i primi e sette fra i secondi.
Anche Mozart ebbe un maestro e quel maestro fu Padre Martini, la cui fama travalicò presto i confini cittadini ed italiani divenendo una delle personalità più stimate e famose del Settecento musicale europeo.
Bolognese di nascita, ma europeo di destino, Giovanni Battista Martini fu un francescano ma soprattutto il musicista italiano più erudito del XVIII secolo. Fu talmente noto e stimato che proprio presso di lui il giovane Mozart si diplomò Maestro Compositore, presso l’Accademia Filarmonica di Bologna.
Nel 1776 aveva avuto la soddisfazione di veder approvata dai padri conventuali la proposta di un coadiutore, di un maestro sostituto nella persona del confratello, allievo prediletto e già organista della chiesa Stanislao Mattei. Ma nel ’77 ebbe anche un cruccio, quello di sentirsi addosso i fiati e le grinfie dell’Accademia Filarmonica: i Filarmonici, dei quali operava come definitore perpetuo, erano fin troppo ligi nell’osservanza del vecchio decreto di Benedetto XIV (mutuato da quello di Clemente XI destinato a Roma) e volevano sempre decidere e controllare le nuove nomine a maestro di cappella nelle chiese cittadine, per cui criticarono e contestarono la scelta di Mattei e il suo futuro di maestro in S. Francesco. Al che Padre Martini si offese, non faticò ad avere dalla sua prima il Padre Guardiano con i Padri Consiglieri del convento e poi anche il pontefice Pio VI, e ricorrendo all’ufficialità della carta bollata (10 febbraio 1778) ebbe la certezza di poter respingere certe ingerenze sul momento e in futuro. Però il sodalizio con la Filarmonica si era deteriorato: già dalla fine del ’77 il nome di Martini comincia a disertare i verbali delle sedute accademiche e il 29 dicembre 1781 ebbero luogo le dimissioni ufficiali (dal ’58, l’anno della aggregazione, era passato quasi un quarto di secolo, ma certo la “perpetuità” era stata vanificata). 1
D’altra parte, se nel 1751 doveva già esser pronto il primo volume della Storia della musica, nel ‘58 l’Accademia delle Scienze e l’Accademia Filarmonica aggregarono a gran voce il musicista e teorico ormai noto in tutto il mondo: un plauso alla prima, che ravvisava la scienza anche nei ranghi dell’arte e della musica; e non di meno alla seconda, che per una volta seppe allentare la morsa dei divieti e guadagnare un religioso ai suoi membri sempre laici e orgogliosi di esserlo (anche se non pacificamente, ché esisteva una fazione contraria capeggiata da Angelo Santelli). Assolutamente stanziale, affetto “dalle abituali sue indisposizioni, parte reumatiche alle gambe, parte convulsive alla gola ed al capo” e letteralmente perseguitato dal freddo, Padre Martini continuava imperterrito a lavorare, scrivere, comporre, pensare.