I mottetti nobili e belli consigliati da Tosi avevano allora un avversario illustre: il cardinale Prospero Lambertini (1685–1758), arcivescovo di Bologna fino al 1740 e poi papa col nome di Benedetto XIV, energico autore di alcuni documenti più o meno specifici fra cui addirittura un’enciclica. Nella “notificazione” emanata il 18 febbraio del 1740, l’arcivescovo si rivolge alla sua diocesi, si appella ai concili di Trento e di Colonia nonché a una vecchia lettera circolare di papa Clemente XI emanata nel 1703, dispone che i canonici contribuiscano al canto gregoriano e alla recitazione delle ore canoniche unitamente ai mansionari, ai cappellani e ai componenti del coro, chiede che il canto dei salmi avvenga “con devozione di cuore, e proporzione di voce, senza precipitazione, o troncamento di parole”, sempre perché il popolo capisca le parole che si cantano.
A contrariarsi, di fronte all’intransigenza dei primi due documenti e al pur raggiunto equilibrio dell’ultimo, saranno state le tante cappelle romane, italiane, europee da sempre avvezze alla polifonia, allo strumentalismo, a una concezione della musica più artistica che religiosa; non certo i Filarmonici di Bologna, che chiesero al papa loro concittadino di poter beneficiare di alcuni dei privilegi concessi all’Accademia di S. Cecilia da Clemente XI.
L’intero secolo XVIII della città, sede dell’antica Università già in crisi pronunciata nel corso dell’età barocca, appartiene invece al novero delle grandi stagioni della storia locale. Come si riconosce ormai universalmente, le più marcate età della civiltà italiana si attestarono tra il X ed il XIV secolo. E sarebbe sufficiente osservare la splendida torre degli Asinelli e analizzare modi e luoghi della fondazione dello Studio universitario, ormai nato in quel 1288 e ancor più nella trasmissione dall’antica Ravenna imperiale di quello strumento didattico e scientifico di legge e di poesia, per conferire a Bologna, e cioè alla città che domina i traffici della media vallata padana un potere che allora fu degno del suo profilo assolutamente, precocemente europeo. E che tuttavia di seguito ha dovuto riguadagnare iniziativa e presenza entro lo spazio talora inerte della cultura felsinea incorsa, come altre volte, in un’accentuata decadenza.
Nel 1776 aveva avuto la soddisfazione di veder approvata dai padri conventuali la proposta di un coadiutore, di un maestro sostituto nella persona del confratello, allievo prediletto e già organista della chiesa Stanislao Mattei. Ma nel ’77 ebbe anche un cruccio, quello di sentirsi addosso i fiati e le grinfie dell’Accademia Filarmonica: i Filarmonici, dei quali operava come definitore perpetuo, erano fin troppo ligi nell’osservanza del vecchio decreto di Benedetto XIV (mutuato da quello di Clemente XI destinato a Roma) e volevano sempre decidere e controllare le nuove nomine a maestro di cappella nelle chiese cittadine, per cui criticarono e contestarono la scelta di Mattei e il suo futuro di maestro in S. Francesco. Al che Padre Martini si offese, non faticò ad avere dalla sua prima il Padre Guardiano con i Padri Consiglieri del convento e poi anche il pontefice Pio VI, e ricorrendo all’ufficialità della carta bollata (10 febbraio 1778) ebbe la certezza di poter respingere certe ingerenze sul momento e in futuro. Però il sodalizio con la Filarmonica si era deteriorato: già dalla fine del ’77 il nome di Martini comincia a disertare i verbali delle sedute accademiche e il 29 dicembre 1781 ebbero luogo le dimissioni ufficiali (dal ’58, l’anno della aggregazione, era passato quasi un quarto di secolo, ma certo la “perpetuità” era stata vanificata). 1