A contrariarsi, di fronte all’intransigenza dei primi due documenti e al pur raggiunto equilibrio dell’ultimo, saranno state le tante cappelle romane, italiane, europee da sempre avvezze alla polifonia, allo strumentalismo, a una concezione della musica più artistica che religiosa; non certo i Filarmonici di Bologna, che chiesero al papa loro concittadino di poter beneficiare di alcuni dei privilegi concessi all’Accademia di S. Cecilia da Clemente XI.
Dal 1666, l’anno della fondazione, al 1800, un corposo sessantasette per cento degli aggregati all’Accademia Filarmonica fu d’origine bolognese, mentre gli aggregati del restante trentatré per cento provenivano da una settantina di città italiane e un’abbondante decina di paesi stranieri come l’Austria, il Belgio, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Francia, la Germania, il Portogallo, la Russia, la Spagna, la Svezia e la Svizzera (non l’Inghilterra, dunque, e al fenomeno non sarà mancata una sua ragione).
Nel 1776 aveva avuto la soddisfazione di veder approvata dai padri conventuali la proposta di un coadiutore, di un maestro sostituto nella persona del confratello, allievo prediletto e già organista della chiesa Stanislao Mattei. Ma nel ’77 ebbe anche un cruccio, quello di sentirsi addosso i fiati e le grinfie dell’Accademia Filarmonica: i Filarmonici, dei quali operava come definitore perpetuo, erano fin troppo ligi nell’osservanza del vecchio decreto di Benedetto XIV (mutuato da quello di Clemente XI destinato a Roma) e volevano sempre decidere e controllare le nuove nomine a maestro di cappella nelle chiese cittadine, per cui criticarono e contestarono la scelta di Mattei e il suo futuro di maestro in S. Francesco. Al che Padre Martini si offese, non faticò ad avere dalla sua prima il Padre Guardiano con i Padri Consiglieri del convento e poi anche il pontefice Pio VI, e ricorrendo all’ufficialità della carta bollata (10 febbraio 1778) ebbe la certezza di poter respingere certe ingerenze sul momento e in futuro. Però il sodalizio con la Filarmonica si era deteriorato: già dalla fine del ’77 il nome di Martini comincia a disertare i verbali delle sedute accademiche e il 29 dicembre 1781 ebbero luogo le dimissioni ufficiali (dal ’58, l’anno della aggregazione, era passato quasi un quarto di secolo, ma certo la “perpetuità” era stata vanificata). 1