Ma era soprattutto dalla Germania che molti giovani talenti usavano venire a fortificarsi con la dottrina di padre Martini: Georg Noëlli, ebreo d’origine portoghese allievo di Martini per sei anni ma allievo anche di Geminiani e Hasse, concertista celebre ovunque a suonare il pantaleon (un bizzarro strumento a molte corde percosse della famiglia del salterio); Ferdinand Fränzl, violinista dalla carriera internazionale e compositore (ma non in ambito sacro); Franz Paul Grua, di origini italiane, nativo di Mannheim e poi maestro di cappella a Monaco; Johann Christian Bach, l’ultimo figlio maschio del sommo Johann Sebastian, sceso in Italia nemmeno ventenne e allievo di padre Martini nel 1756, convertito al Cattolicesimo l’anno dopo e subito immesso negli opulenti ranghi della musica sacra più italiana possibile (ma non a discapito di tutti gli altri).
Il sapiente anacoreta secondo il principe e musicografo russo Aleksandr Beloselsky, il padre di tutti i maestri secondo il compositore tedesco Carl Ditters von Dittersdorf, addirittura il “Dio della musica” secondo i suoi numerosissimi, eterogenei e invero un po’ baroccheggianti allievi: tre definizioni che danno una giusta idea della considerazione, della venerazione goduta all’epoca sua dal francescano padre Giambattista Martini (Bologna, 1706–1784), maestro di cappella in S. Francesco, accademico e definitore perpetuo dell’Accademia Filarmonica (fino all’81), accademico dell’Arcadia di Roma, perfettamente informato delle vicende musicali europee e collegato con le principali corti del continente, bibliofilo in possesso di tesori unici e invidiabili secondo un dotto corrispondente come Girolamo Chiti, musicista in tutti i sensi e a tutti gli effetti ma in particolare insegnante provetto, universalmente ricercato e assai umilmente compensato da lontano con preziose spedizioni di libri per lui irraggiungibili e da vicino con più spicce forniture di tabacco e cioccolata. Secondo l’elenco di Brofsky, accurato ma certo inferiore a una realtà ormai remota e sfuggente, sono oltre cento gli allievi saggiati e preparati in quasi mezzo secolo di attività didattica, sessantanove quelli coltivati per qualche tempo e trentacinque quelli tramandati come tali anche se a volte un po’ nebulosamente: come stranieri, si contano quattordici nomi fra i primi e sette fra i secondi.