D’altra parte, se nel 1751 doveva già esser pronto il primo volume della Storia della musica, nel ‘58 l’Accademia delle Scienze e l’Accademia Filarmonica aggregarono a gran voce il musicista e teorico ormai noto in tutto il mondo: un plauso alla prima, che ravvisava la scienza anche nei ranghi dell’arte e della musica; e non di meno alla seconda, che per una volta seppe allentare la morsa dei divieti e guadagnare un religioso ai suoi membri sempre laici e orgogliosi di esserlo (anche se non pacificamente, ché esisteva una fazione contraria capeggiata da Angelo Santelli). Assolutamente stanziale, affetto “dalle abituali sue indisposizioni, parte reumatiche alle gambe, parte convulsive alla gola ed al capo” e letteralmente perseguitato dal freddo, Padre Martini continuava imperterrito a lavorare, scrivere, comporre, pensare.
Nel 1770, Martini ricevette le visite di Mozart e di Burney, gradite e proficue per tutti: il giovinetto di 14 anni quanto meno geniale lo protesse umanamente e contribuì a raffinare musicalmente; con l’inglese di 44 anni (e con l’altro inglese John Hawkins) avrebbe condiviso il vanto d’aver fondato la storiografia musicale. Visite su visite, complimenti e riconoscimenti, scambi e rapporti a non finire. Dunque rose e fiori? Niente affatto, se proprio nei tardi anni ’60 il Martini fu bersaglio di un attacco critico, proprio sul corpo dei duetti, da parte di tal abate Fenoglio e di Lorenzo Somis, dei quali si disse essere l’uno avarissimo di penna musicale e l’altro “suonatore di violino di carattere intollerante e satirico, fratello del fratello Gioan Battista Somis già fu gran sonatore e di ottimi costumi”.1 Né si trattò di episodi isolati, giacché una vita intellettuale così impegnata e avvezza a esprimersi sembrava fatta apposta per sollevare francesi querelles e italiche diatribe.